VOTO 5/6

Per dirigere una pellicola su una supereroina sembra appropriata la scelta di una regista donna. Patty Jenkins (diresse Monster nel 2003 che fece vincere l’Oscar alla protagonista Charlize Theron) dà una propria visione del personaggio di Diana realizzando Wonder Woman (trailer) in cui racconta delle origini dell’omonima eroina amazzone catapultata nel nostro mondo per combattere il dio Ares, artefice dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.

È interessante l’approccio usato dalla regista americana per portare avanti un franchise cinematografico ormai ben consolidato. L’intero film è basato esclusivamente sulla crescita e lo sviluppo del personaggio di Diana. Nel suo mondo è una donna, ma nel mondo moderno fa un passo indietro e diventa bambina, metaforicamente parlando. Così lo spettatore assume, per gran parte del film, una visione meno filtrata e affronta qualsiasi situazione, anche la più ovvia, con gli occhi ingenui di chi vede qualcosa per la prima volta. È interessante, da questo punto di vista, scoprire che la guerra appare per quello che effettivamente è: inutile e priva di senso. In un mondo popolato da supereroi non c’è posto per l’idiozia umana, anche se poi l’eroe stesso esiste grazie ad essa.

Ma la domanda che continuamente rimbalza nella testa del pubblico riguarda la natura dell’uomo. Viene indagato il concetto di bene e male e del motivo per cui spesso viene scelto il secondo, a discapito della logica. Tuttavia la Jenkins, seppur consapevole dell’animo estremamente corruttibile e incline alla malvagità delle persone, è speranzosa, proprio come Diana, perché nella bilancia in cui predomina il male c’è un forte contrappeso dall’altra parte che fa ristabilire l’equilibrio: l’amore. È l’amore che salverà l’uomo da se stesso e che salverà Diana. Un concetto positivo che stona accompagnato da una messa in scena mediocre.

L’abuso ossessivo di sequenze rallentate per enfatizzare scene che non ne hanno bisogno spezza il ritmo e trascina lo spettatore verso la noia; battute che dovrebbero essere comiche trasformano la pellicola in qualcosa di demenziale e ridicolo e non aggiungono nulla di interessante alla visione del film; la Prima Guerra Mondiale viene trattata come fosse una favoletta e non si assiste mai veramente alla disperazione e ai dolori di un evento del genere; il villain, come in quasi tutti i film supereroistici, si riconferma piatto, stereotipato e prevedibile. Si aggiungono poi tutte le scene irreali che accadono, come ad esempio la facilità con cui dei comuni mortali riescono ad entrare ed uscire vivi da una base tedesca o l’incredibile miracolo di sopravvivere nel bel mezzo di esplosioni e sparatorie incrociate.

Un cinecomic, quindi, affetto per gran parte dagli stessi principali errori dei suoi predecessori, pur tuttavia risultando maggiormente approfondito dal punto di vista concettuale. Il messaggio della Jenkins, infatti, arriva al pubblico e lo fa soprattutto grazie ai dialoghi messi in bocca ai personaggi e alla credibilità con cui vengono espressi dagli attori. Gal Gadot (recentemente apparsa in Le spie della porta accanto di Greg Mottola), quasi nata apposta per interpretare la supereroina, attraverso fisicità, bellezza e carattere riesce a dare carisma e credibilità ad ogni sua parola e gesto, sorretta dalla performance della sua spalla Chris Pine (il capitano Kirk nel reboot della saga di Star Trek iniziata da J. J. Abrams), nei panni della spia Steve, che con un semplice sguardo riesce a trasmettere l’intensità emotiva dei momenti più drammatici. Una scelta azzeccata per una coppia che si rivela funzionale all’economia del film.

Wonder Woman parte da una buona base di valori, anche se spesso cerca di essere fin troppo moralista, per poi perdersi, però, in prodezze visive inutili e situazioni al limite del reale. Patty Jenkins non riesce a tenere le redini di un progetto ambizioso e fa sprofondare tutto quanto di buono era stato progettato in partenza, arrivando ad un finale estremamente lungo, ripetitivo e delirante.