VOTO 8

Dopo l’esordio con In Bruges – La coscienza dell’assassino, Martin McDonagh (premio Oscar per il miglior cortometraggio con Six Shooter) scrive e gira 7 psicopatici (trailer), in cui ancora una volta inserisce tutta quella poetica fatta di sguardi e suggestioni visive che ha introdotto nel suo film d’esordio. Marty, uno sceneggiatore a secco di idee, deve finire di scrivere un film con protagonisti 7 psicopatici. Cercherà così di prendere spunto dai fatti che gli accadono nella vita, ma presto si renderà conto di vivere lui stesso il film che sta scrivendo.

McDonagh dirige un film metacinematografico che diventa una sorta di esercizio per imparare a scrivere sceneggiature per il grande schermo. Attraverso il personaggio di Marty, lo spettatore è proiettato a vivere e a pensare proprio come lui e lo stupore con cui affronta gli eventi che gli accadono è lo stesso che si ritrova a provare il pubblico. Di scena in scena si apprende sempre più l’idea di fondo del regista: raccontare il cinema attraverso il cinema. E così Marty vive il film che scrive in un susseguirsi di eventi catastrofici, coinvolgendo lo spettatore in un turbine di emozioni diametralmente opposte. In 7 psicopatici si ride e ci si commuove, ma soprattutto si comprendono i limiti e il valore dell’amicizia. L’amicizia è un tema molto caro a Martin McDonagh e che riprende dal film precedente affrontando il tema in maniera: in entrambe le pellicole racconta di un’amicizia che finisce nel sangue.

Il regista irlandese è pessimista e lo riconferma per la seconda volta, ma ha fiducia nella redenzione. Tuttavia, ama i suoi personaggi e ama scriverli. Ognuno di essi è caratterizzato sia a livello fisico che psicologico e tutti subiscono delle notevoli evoluzioni caratteriali. Uomini ingenui e stupidi si contrappongono ad anime furbe e intelligenti in un altalenarsi di situazioni grottesche, ma tremendamente possibili. Tutti i protagonisti si macchiano di qualche crimine, nessuno esce pulito, e sta allo spettatore decidere se perdonare mettendo da parte la ragione o ergersi a giudice moralista. Grazie all’empatia costruita intelligentemente con i vari personaggi, il pubblico è portato a simpatizzare per assassini e psicopatici ed è costretto a porsi delle domande.

Con questo film, McDonagh indaga sul perdono e sul concetto di religione attraverso comportamenti e dialoghi sopra le righe che fanno presagire drammatici epiloghi. Ma la pellicola funziona anche grazie all’ottimo cast di attori che riesce a trasmettere il giusto carisma ai personaggi. Nei panni dello sceneggiatore Marty c’è Colin Farrell (protagonista anche del precedente In Bruges – La coscienza dell’assassino, sempre di Martin McDonagh), accompagnato da Sam Rockwell (già visto in Moon di Duncan Jones), Christopher Walken (premio Oscar come miglior attore non protagonista per Il cacciatore di Michael Cimino del 1978) e da Woody Harrelson (protagonista della prima stagione di True Detective), un villain d’eccezione.

7 psicopatici conferma il talento dimostrato in precedenza da Martin McDonagh che, con un’intricata trama di storie, riesce a confezionare un prodotto adulto basato su un’ottima scrittura di personaggi e un intrigato sottotesto simbolico che punta esclusivamente alla riflessione dell’essere umano.