VOTO 6,5

Quello diretto da Brad Peyton potrebbe sembrare un semplice horror privo di introspezione e finalizzato soltanto allo spavento ma in realtà nasconde temi interessanti. Sto parlando di Incarnate – Non potrai nasconderti (trailer), film con una trama abbastanza prevedibile che racconta di un uomo in grado di entrare nelle menti di persone possedute per liberarle dall’interno che si ritroverà a dover affrontare anche i suoi demoni.

La regia di Peyton non è niente di particolare, tuttavia dimostra di sapersi muovere bene nelle scene di maggiore tensione puntando il focus sulle espressioni dei protagonisti tramite intensi primi piani e utilizzando saggiamente gli jumpscares che, per quanto non li sopporti, ce ne sono soltanto quattro posizionati in situazioni accettabili. È intelligente la scelta di rappresentare il protagonista, interpretato da un ottimo Aaron Eckhart (recentemente apparso in Sully di Clint Eastwood), in modo esteticamente diverso nelle scene ambientate nel mondo dei sogni rispetto a quelle reali perché ciò permette allo spettatore di identificare ed inquadrare bene la situazione senza confondersi. Il male, qui, è metafora della malattia mentale e l’unico rimedio possibile è l’affetto. Non a caso il bambino protagonista, interpretato da David Mazouz, ricerca nel padre quelle attenzioni che avrebbe sempre voluto per fuggire ad una tortura mentale e corporea causata dal demone che lo attanaglia.

Nel film è presente una grande tematica. Spesso l’uomo si inventa illusioni per fuggire dalla realtà delle cose, per non dover affrontare i problemi che lo affliggono. Allora si rinchiude in un mondo tutto suo in cui non ci sono pericoli e tutto è come vorrebbe fosse. Ma poi ecco all’improvviso piombare di nuovo la realtà (nel film incarnata dal personaggio di Aaron Eckhart) che bussa alla porta e ti fa ritornare con i piedi per terra costringendoti ad affrontare i tuoi demoni. È un film che parla di maturazione, di crescita e di rapporti umani che attraverso la paura e la sofferenza vengono elevati alla massima potenza. Solo il dolore, infatti, riesce ad unire le persone scatenando quel senso di sopravvivenza e amore che troppo spesso vengono facilmente messi da parte. È emblematico a tal proposito il personaggio del padre del bambino impossessato, interpretato da Matt Nable, che rappresenta proprio questo concetto di maturazione.

Molto d’impatto, anche, da un punto di vista estetico e simbolico il modo in cui avviene la trasmissione della presenza maligna da un corpo all’altro che con un semplice contatto fisico permette la sua diffusione. Ciò rappresenta la paura di mettersi in gioco e del rapportarsi con chi non si conosce, evitando ogni tipo di interazione umana fino a rinchiudersi in sé stessi e snaturare la propria natura sociale.

Un film che a tratti risulta un po’ ripetitivo e difficilmente riesce a spaventare un pubblico adulto abituato a pellicole del genere, ma complessivamente risulta comunque un discreto prodotto di intrattenimento con due o tre colpi di scena finali che, seppur prevedibili, possono soddisfare lo spettatore.