VOTO 7,5

Dopo 10 anni da Apocalypto, Mel Gibson torna dietro la macchina da presa per dirigere La battaglia di Hacksaw Ridge (trailer) in cui racconta la vera storia di Desmond T. Doss, primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d’onore per aver salvato 75 uomini nella battaglia di Okinawa senza impugnare mai un’arma.

Il film è diviso principalmente in due parti in cui in una ci viene presentato il protagonista Desmond, interpretato egregiamente da Andrew Garfield (recentemente al cinema con Silence di Martin Scorsese), nella sua vita quotidiana e il suo addestramento militare, mentre nell’altra viene mostrato l’orrore della guerra. Se la seconda parte risulta davvero ben scritta e diretta in modo magistrale in un teatro di guerra di spielberghiana memoria, la prima risulta alquanto piatta. Assistiamo infatti a scene abbastanza mediocri da un punto di vista narrativo e a brutte copie di scene ben più famose, come quella in cui il Sergente Howell, interpretato da Vince Vaughn (qui in un ruolo diverso dai suoi classici personaggi da commedia), scimmiotta il Sergente Hartman di Full Metal Jacket. Di notevole impatto invece l’interpretazione di Hugo Weaving nei panni di Tom Doss, il padre di Desmond, che mette in scena un personaggio che simboleggia le conseguenze devastanti di chi ha combattuto una guerra.

Ma dopo la prima ora si cambia totalmente registro. Gibson inserisce scene da film horror nel bel mezzo della guerra con jumpscares e cacce all’uomo raggelanti, utilizzando la macchina da presa come se fosse un personaggio vero e proprio. Lo spettatore si ritrova così a vivere egli stesso quella sanguinosa battaglia e rimane frastornato e confuso dal totale caos che lo circonda, arrivando ad un certo punto ad impersonare addirittura Desmond stesso grazie ad una intelligente soggettiva utilizzata sul finale di un massacro inesorabile. Una battaglia spettacolare che non umanizza i giapponesi, visti soltanto come macchine da guerra inarrestabili, con lo scopo di far percepire agli spettatori il pensiero comune dei soldati americani dell’epoca.

Anche la fotografia cambia drasticamente dal primo al secondo tempo. Inizialmente ogni inquadratura è contornata da tinte calde che richiamano un senso di benessere e calma, mentre successivamente, con l’avvento della battaglia, diventa sempre più fredda a simboleggiare l’aridità che comporta una guerra, qualunque essa sia.

È chiaro il messaggio che Gibson vuole lanciare: l’arma più forte non è mai un fucile ma una mano tesa verso il prossimo. La guerra è un orrore e questo film ne è un chiaro esempio. La preghiera e l’ammirevole devozione per il bene che ha Desmond sono sinonimi di speranza per un mondo che continua ancora a non imparare dai propri sbagli e la fede è usata come pretesto per raccontare una storia di coraggio e umanità, un inno alla vita.