VOTO 7

Martin Scorsese, dopo un’odissea di 28 anni, riesce a portare sul grande schermo Silenzio, il romanzo storico dello scrittore giapponese Shusaku Endo. Mette in scena così Silence (trailer) in cui racconta il viaggio di due preti gesuiti portoghesi, Padre Rodrigues e Padre Garupe, che giungono in Giappone alla ricerca del loro mentore disperso Padre Ferreira, accusato di aver abiurato, dove però verranno perseguitati per la loro fede.

Scorsese tratta in maniera molto personale il concetto di religione e come essa viene interpretata e messa in pratica dai fedeli. Esalta la coerenza di chi è realmente devoto e condanna l’ipocrisia dei finti predicatori. Mette in luce le similitudini di due religioni apparentemente opposte ma accomunate nel fanatismo dove l’imposizione avviene da un lato tramite una violenza verbale mentre dall’altro tramite una violenza fisica. Il titolo stesso del film è un tema principale dell’intera pellicola perché evidenzia un Dio assenteista nei confronti dei credenti da lui abbandonati. A ciò si ricollega la perdita della fede e delle certezze di un uomo, la paura della morte e la comprensione verso chi abiura. Silence colpisce molto per l’aspetto sonoro.

Le musiche sono spesso diegetiche come anche i rumori naturali che accompagnano per tutto il tragitto i vari personaggi in paesaggi davvero suggestivi che descrivono al meglio l’aridità dei territori dell’epoca (il film è ambientato nel 1600). Da un punto di vista visivo ogni inquadratura sembra un dipinto grazie anche alle scenografie curate da Dante Ferretti che torna per l’ennesima volta a collaborare con il regista americano dopo aver vinto con lui 2 premi Oscar per The Aviator e Hugo Cabret. Ma se da un lato l’utilizzo parsimonioso della musica risulta sensata per un film che si intitola Silence, dall’altro appare ridondante e didascalica l’inserimento di una insistente voce narrante a prenderne il posto. Là dove il Dio cristiano abbandona il credente, la macchina da presa non lo abbandona. È così che Scorsese dirige il film seguendo in modo inesorabile il protagonista fino all’ultima inquadratura senza lasciarlo mai solo, enfatizza poi i dialoghi dando molto peso alle parole pronunciate e alla fede, qualunque essa sia, verso qualcosa.

Ciò che però non funziona è la scelta del cast e la scrittura di alcuni personaggi. Come protagonista per il ruolo di Padre Rodrigues viene scelto Andrew Garfield (l’uomo ragno di The Amazing Spiderman di Marc Webb) che per tutta la durata del film non fa altro che suscitare nello spettatore il dubbio sulla sua reale sofferenza. Lo troviamo infatti sempre con il volto pulito, quel volto che troppo si distacca da un portoghese. A tal proposito sarebbe stato più appropriato invertire il suo ruolo con quello di Padre Garupe interpretato da Adam Driver (il recente Kylo Ren in Star Wars: Il risveglio della Forza di J. J. Abrams), con un volto molto più marcato e provato rispetto a quello di Garfield. Scelta sbagliata, a mio parere, anche per Liam Neeson che si ritrova a rivestire i panni di un uomo in cui non riesce a stare e in cui si muove a fatica. Ma il personaggio che meno funziona di tutti è quello del terribile burocrate giapponese Inoue Masahige interpretato da Issei Ogata, ridotto ad una macchietta da cartone animato.

Un film della durata di quasi tre ore in cui lo spettatore si ritrova incollato alla sedia per un tempo maggiore del solito e che si rivela essere una metafora del calvario che subisce il protagonista, come a viverne la stessa odissea. Un’opera complessa e sicuramente importante per i temi che tratta ma che pecca di alcune ingenuità stilistiche e di scrittura che lo fanno retrocedere di qualche posizione nelle classifiche.